Iceland My Way

Iceland My Way di Johann Smari Karlsson è un greatest hits di scatti fotografici realizzati dall’autore alla propria terra, un legame indissolubile con i paesaggi islandesi, ma anche con la potenza estrema della natura che da sempre lo circonda e con la quale sembra avere un feeling meraviglioso.
Nel corso del 2009 Johann ci “regalò” Revolution, un reportage ironico ed intelligente, sicuramente d’impatto, dedicato alle manifestazioni contro la crisi economica e che portarono al crollo parlamentare in Islanda ed aprirono nuove prospettive in tutta Europa.

Nato nel 1961 a Reykjavik e fotografo professionista dal 2007, Smari Karlsson è stato selezionato dalla popolare rivista National Geographic, la quale ha dedicato ai suoi scatti numerose copertine. Negli ultimi anni le sue immagini sono state utilizzate dalla televisione di stato islandese, in particolare da un programma dal grande seguito condotto da Silfur Egils. Dal 2008 le sue opere sono state esposte in diverse capitali europee, tra le quali Copenaghen, Praga, Reykjavik e Roma. Nel 2012 ha vinto il premio come miglior fotografo professionista messo in palio dalla famosa rivista fotografica danese Zoom.
Johann di recente ci ha contattati per proporci un’altra delle sue performance, la sua nuova personale interamente dedicata alla fotografia naturalistica e che noi, amanti delle terre estreme, non potevamo farci sfuggire e che stiamo faticosamente portando alla ribalta nel nostro Paese.

open minded

Yesterday, Today, Tomorrow Dialog!

Un reportage fotografico a cura di Emiliano Bartolucci post-prodotto da Roberta D’Orsi. Una raccolta d’immagini delle precedenti edizioni del Dialog Festival selezionate per la nuova edizione in programma al Teatro del Lido. Spettacoli multietnici, dibattiti e foto dai palchi nei quali negli anni il Dialog è stato protagonista!

Non puramente un lavoro burocratico, ma che intende far conoscere meglio la realtà dei migranti a Roma. Con queste immagini, vogliamo dar voce ad artisti e persone di culture straniere che vivono nella nostra città o che hanno contribuito a far crescere Roma. Dopo anni di lotte, Dialog Festival, rassegna interculturale di opere ed artisti, gemellato con l`omonimo Festival di Berlino, continua il suo viaggio e lo riprenda da dove si era fermato. Le immagini in mostra racconteranno il successo e l’interesse per questa kermesse dedicata all’integrazione sociale. Per cinque anni, dunque, ed in diversi luoghi della città (Sala del Carroccio in Campidoglio, Teatro del Lido, Teatro Palladium, Teatro Nuovo Colosseo, Affabulazione, Faenas Cafè, Caffè Letterario, Biblioteca Vallicelliana, Biblioteca Elsa Morante, Associazione 360 gradi ed altri ancora) si sono svolti importanti appuntamenti culturali ai quali hanno partecipato artisti italiani e stranieri di grandi rilievo Badara Seck, Adel Bakri, Nuove Tribù Zulu.

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Ostalgie

OSTALGIE, culture dall’oblio di un sogno interrotto 
Alla fine del 1989 cadeva il muro di Berlino. Dopo 28 anni di completa separatezza la Germania dell’Ovest si riuniva con quella dell’Est che aveva vissuto gli anni del dopoguerra nel più totale isolamento. La caduta del muro però non ridisegnava solo la geografia dell’Europa centrale, ma riuniva fisicamente famiglie e luoghi di lavoro oltre a mettere a confronto diverse economie e stili di vita. In un primo momento l’opulenza dell’Ovest catalizzò l’attenzione degli abitanti di oltre cortina e fece prevalere l’interesse sui consumi e su nuove organizzazioni sociali. Più tardi si avvio’ una maggiore riflessione che portò a riconsiderare con nostalgia il modo di vivere più semplice e solidale che caratterizzarono gli anni della RDT. Questa nostalgia si espresse, non tanto per il regime comunista che era stato abbattuto e di cui pochi avevano rimpianto, ma per le relazioni sociali che il consumismo eccessivo dell’ovest via via metteva in discussione nelle città dell’Est. Il tema ci è sembrato interessante perchè induce ad un approfondimento sul nesso fra stato e democrazia, fra consumi superficiali e sostanza delle relazioni.

Immagini di luoghi ed oggetti della mostra che proponiamo possono aiutare a comprendere questo fenomeno e a riflettere su cosa è importante in una società di uomini e donne, senza indulgere nel giudizio verso qualsiasi forma di dittatura.

Ostalgie, nostalgia di un passato perduto

Dark and light

DARK AND LIGHT Chiaroscuri dal mondo
Il dualismo del bianco e del nero, del buio e della luce, del giorno e della notte, ha affascinato e attratto gli uomini fin dagli albori della civiltà.
Il buio e la luce. Il giorno e la notte. Nel linguaggio comune questi modi di dire esprimono due situazioni statiche: un contesto in cui il mondo è visibile grazie alla luce e un contesto in cui è invisibile a causa del buio. Ma questi modi di dire non tengono conto che il buio e la luce sono tutt’altro che situazioni statiche. Anzi esprimono un divenire, sono dinamiche.
Una esiste perché esiste l’altra e per descrivere il buio bisogna conoscere la luce, così come la luce, il suo bagliore, la sua luminosità, la sua capacità di inondare il mondo di colori, di sfumature e di dettagli, ha bisogno del suo alter ego, il buio e dell’apparente nulla di cui si nutre.
Si, apparente perché solo ad una superficiale analisi il buio è la negazione della luce. In realtà il buio non annulla il mondo, semplicemente lo cela, lo occulta, lo rende invisibile pur lasciandone intatta tutta la sua essenza.
Questo divenire, in ultima analisi, è la metafora della vita. Si potrebbe dire che la vita è la sintesi dei due opposti, il bianco ed il nero, la luce e le tenebre. E da questa sintesi nascono i colori e la percezione che ne hanno le creature viventi. Così la natura si manifesta con le sue infinite sfumature, ognuna delle quali contiene una parte di luce e una parte di tenebra. Cos’altro sono i colori se non una composizione misteriosa di gradazioni di luce e di buio?
CHIAROSCURI DAL MONDO è una raccolta di fotografie provenienti da diversi paesi con un’ accurata scelta di luoghi minimalisti in cui, il contrasto tra il bianco ed il nero è evidentissimo.
THY ALCHEMIC OBSCURITY è il contrasto interiore che si fa testo e musica. E’ la sinfonia delle note nella loro gradazione, nel percorso che va dal buio alla luce e viceversa.
Bianco e nero, dunque. Il bene ed il male? L’inizio e la fine? Benedizione e maledizione? La valenza simbolica del bianco e del nero è potente ed universale, se pur identificata nei prima citati luoghi comuni, poiché il simbolismo da attribuire a luce e buio, è del tutto soggettiva.
La contrapposizione di bianco e nero identificata emblematicamente, la ritroviamo per esempio nel cinema e più specificatamente nel genere dei film noir, il cui gioco di contrasti basato su luci ed ombre e bianco e nero appunto, identificano l’antagonismo tra bene e male. Altra interpretazione riferita a questi due colori non colori, la ritroviamo nel simbolo dello Yin e Yang; l’essenza del significato di questo emblema, appartiene all’antica religione cinese, e lo yin e yang che si presenta in una forma tonda suddivisa internamente da due parti simmetriche assomiglianti a delle gocce con punta ricurva, sono una bianca ed una nera, il sole e la notte, tanto che volendo tradurne letteralmente il significato, si potrebbero definire come il lato in ombra della collina (lo yin) ed il lato soleggiato della collina (lo yang). A questo si aggiunge una vasta lista nonché gamma di significati e rappresentazioni, che abbracciano non solo la religione cinese (tra cui Taoismo e Confucianesimo), ma anche la filosofia e la scienza.
Insomma il bianco ed il nero sono quasi ambivalenti, complementari, l’uno è definibile in funzione dell’altro e dal loro giocoso e misterioso alternarsi nascono i colori.
Essenzialmente bianco e nero, luce e buio, bagliore e tenebra sono origine ed antitesi, contrasto e connubio, proprio come l’essere umano e la sua interiorità, fatta di zone luminose e di zone d’ombra, di decisione e di conflitto interiore.
Non sfugge, in questa metafora, il legame con le tematiche del nostro tempo e con il necessario, talora eluso, confronto fra le persone con gli altri e con se stessi e la propria interiorità. E’ proprio a questo percorso, apparentemente simbolico, che DARK AND LIGHT vuole invitare il suo pubblico, che ha sempre mostrato di accettare le sfide proposte.

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Riassetto organizzativo

Grazie a tutti voi per la vicinanza in questo momento difficile per la nostra famiglia, abbiamo sentito forte il vostro abbraccio, la solidarietà e il grande affetto.
Vi ricordiamo che la mostra Passi del Nord del Festival OcchiRossi (Biblioteca Renato Nicolini) è prorogata al 31 Luglio ed a breve realizzeremo una giornata speciale al suo interno in ricordo di papà. Tutte le nostre attività sono di nuovo in piedi, quelle del Blog http://sigmundarmstrong.wordpress.com, con recensioni, interviste e approfondimenti dedicati ad eventi artistici, ma soprattutto quelle della nostra organizzazione che da oggi si chiama MYND, ora in riassestamento. A breve, dunque, aggiornamenti, cambiamenti e speriamo miglioramenti. Restiamo sempre in contatto, il vostro supporto per noi resta di vitale importanza. Un abbraccio a tutti!

Passi del Nord

Da Amburgo ai confini del Circolo Polare Artico, l’autore, Emiliano Bartolucci, percorre un viaggio di decine di migliaia di chilometri, attraversando paesaggi incantati e medie e grandi città.
Un viaggio ispirato da grandi narratori, drammaturghi, romanzieri, che hanno scritto pagine importanti nel secolo scorso o che ancora tutt’ora, grazie alla straordinaria vena creativa del tutto nord europea, riescono a cogliere con ironia e inquietudine alcuni aspetti umani non semplici da raccontare, quali le diversità, l’uguaglianza sociale, la vita e la morte.
In questo percorso, che tocca tutte le nazioni scandinave fino ad arrivare in Islanda, Bartolucci riconosce passi di scrittori e, grazie al suo obiettivo, prova a raccontare a sua volta quelle storie affascinanti, un po’ fiabesche e un po’ turbate, che hanno fatto del Nord Europa una regione di grandi autori nello scorso e nel secolo corrente.

Nattura

Immoralia

L’Italia e la cultura deturpata
Il patrimonio culturale in Italia deve sempre essere sinonimo di degrado?
Il continuo degrado sociale, politico, urbano, culturale, industriale è oramai vissuto con rassegnazione o indifferenza dalla nostra società e non sembra che ci siano segnali di ripresa in questo senso. Tutto è iniziato dal dopo guerra. Gli italiani si sono illusi che il boom economico sarebbe stato sufficiente a sopperire ad una perdita della moralità, che via via diventava sempre più evidente. Persa ogni remora educativa, messa a tacere la coscienza, messo a tacere ogni scrupolo morale, la Nazione si è avviata a quel declino di cui oggi vediamo i frutti.
Declino a tutti i livelli: politico, culturale, civile, morale, educativo.
Si sente parlare, purtroppo, spesso dello stato d’incuria e degrado in cui versano i beni culturali italiani: sono celebri per il risalto mediatico i crolli di Pompei, ma non mancano a vista d’occhio atti di vandalismo, ma soprattutto abbandoni, chiusure per mancanze di fondi o personale, gestioni sbagliate o del tutto mancanti, serrate di teatri storici, cinema e persino di strutture recenti che erano nate come centri policulturali.
Le immagini denuncia viste finora non dicono tutto.
C’è un modo diverso per coinvolgere la popolazione. E’ la protesta street. I writer si affermano attraverso imprese audaci, rischiose, puntano a lasciare la loro tag su monumenti, treni, metropolitane (la vera sfida sono i luoghi protetti da vigilanza).
Sono in aumento gli imbrattamenti fatti in pieno giorno. Ma non è solo il loro narcisismo, il bisogno compulsivo di avere visibilità e fama, che li porta a coprire di vernice una carrozza del metrò durante la notte, sfidando i controlli. Ma è anche un bisogno di protesta e di libertà. La necessità di esprimere il disagio lasciato da un vuoto immenso, sia a livello istituzionale sia a livello sociale e culturale.
Noi abbiamo scelto di mescolare l’atto di protesta della street art con il messaggio ed il suo grande contenuto, l’Italia, patria di storia e di cultura sta morendo, un Paese che attraverso il turismo potrebbe campare di rendita, vede ogni giorno il suo patrimonio ridursi, divenire polvere!
Così nasce Immoralia, con le sue foto che in questa mostra sono un esempio di street art digitale e quindi non invasiva.
Mantenendo intatto il senso della protesta, grazie al digitale si riesce ad ottenere lo stesso risultato dei writers nel rispetto assoluto, evitando il danneggiamento, deturpamento o imbrattamento di beni culturali o paesaggistici, ma comunicando efficacemente tutto il disagio di una generazione violentata dalla negligenza e dal vuoto culturale e grazie a questi imbrattamenti virtuali, forse un maggior numero di persone può essere coinvolte o almeno avvisate che in Italia tutto ciò che è legato alla cultura, ha subito un ridimensionamento ingeneroso e che alcuni patrimoni sono irrevocabilmente perduti.

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London calling

Londra 2011. Londra prima che arrivino fiumi di gente per le Olimpiadi 2012. Londra come non si vedrà più… 
L’immagine fotografica può essere anche fonte storica, ma è indubbio che ogni fattispecie fotografica richieda un’interpretazione a sé in relazione al “vissuto” di cui offre testimonianza. La cultura positivistica ha considerato per lungo tempo l’immagine fotografica un documento oggettivo: non raffigura ma riproduce, registra fedelmente il reale. Oggi l’atteggiamento verso la fotografia è cambiato e risulta chiaro che la presunta oggettività rappresenta un’illusione. Questo è il presupposto delle foto presentate: la macchina fotografica come strumento per veicolare un’emozione, lo scatto di un attimo per raccontare uno sguardo soggettivo e personalissimo di un luogo in un determinato momento. Così queste foto sono immagini di sguardi, volti, persone, ambienti, luoghi, vicende, momenti di vita sociale. E se l’immediatezza dell’immagine colpisce l’emozione e l’immaginazione, perché cattura lo sguardo ed è diretta; poi, può anche volgersi allo scrutinio della ragione. L’immagine è comunicativa ma non allo stesso modo della parola scritta per cui pur se resta fondamentale l’approccio diretto con l’originale, occorre anche tener conto del fatto che l’immagine può veicolare messaggi intenzionali. Il messaggio intenzionale e quelli non intenzionali – che restano affidati alla sensibilità di chi osserva – non bastano ancora a definire l’essenza autentica della fotografia: il referente fotografico o l’essenza di una fotografia (Barthes 1980, p. 120) Ecco perché Londra 2011 tra immagini note e richiami profondi, segni e parole, un bianco e nero esasperato al limite della materia, superfici anomale come quelle della Metropolitana che fugge a rappresentare la velocità degli eventi ed equilibri di toni nell’albero che rappresenta la vita ed in una foto di Londra illuminata che richiama agli anni 30. E poiché ogni foto è contingente (e per ciò stesso fuori senso), la Fotografia può significare (definire una generalità) solo assumendo una maschera. Dunque nel segno della serenità che non è di certo la pace, ma la presa di coscienza di sé e della propria dimensione: umana, sociale, nazionale, oltre che la capacità di sentirsi sempre più vivo, e pronto perfino ad una nuova rivoluzione ecco che gli scatti questa dei bagni è nel quartiere in cui ci furono, nel 2011 appunto, gli scontri tra neri e la polizia richiama molto alle discriminazioni, la Tate Gallery invece rappresenta la memoria attraverso le opere artistiche moderne. In ogni caso, il tempo dell’immagine fotografica non è soltanto la sua datazione, è anche per così dire una temporalità a due facce (Benjamin 1982) : Londra 2011 e ciò che nelle foto al fruitore di oggi può suggerire una semplice riflessione sul trascorrere del tempo; gli altri elementi contenuti nell’immagine, o anche soltanto suggeriti, che possono prestarsi a letture diverse e interpretazioni differenti.

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Guardarsi intorno

In una metropoli, le aree della città vera e propria occupano di solito le zone centrali mentre tutto intorno vi sono territori abitati dai cittadini di una città contigua cresciuta in modo disordinato e abusivo. Secondo questo modello le funzioni istituzionali, economiche e culturali si concentrano nelle immediate vicinanze del centro storico mentre nelle altre zone ordine, legalità e servizi si sviluppano in modo caotico e spesso insufficiente. I territori della periferia, dunque, si rivelano luoghi dove i diritti si confondono con l’arbitrarietà o perlomeno questo percepiscono i cittadini. Specie quelli abituati a vivere in zone più ricche e consolidate. Vi è un tentativo di questi ultimi di tenere le distanze coi luoghi periferici che producono insicurezza e paura a causa delle persone “diverse” che li abitano. Disoccupati, marginali, immigrati e rom. In questo modo di pensare e di agire si riflettono le responsabilità delle istituzioni che hanno tentato, nel migliore dei casi, di risolvere il problema strettamente abitativo dei ceti meno abbienti. Quasi mai di favorire le condizioni di vita e di socializzazione che sarebbero stati necessari per favorire l’inserimento di questi cittadini nel tessuto urbano consolidato e rispettato. Ed anche l’architettura, tentando di costruire un percorso di pura funzionalità abitativa ha proposto realtà inquietanti e si è completamente disinteressata della gestione di quegli spazi nuovi e sovraffollati. Nonostante ciò le aree periferiche sono cresciute e si espandono tuttora in modo impetuoso. I centri storici sono invece agglomerati classici ma privi di vita reale e culturale, mentre le loro “aree estreme” producono progetti creativi e solidarietà. Gestire il conflitto e il confronto è dunque un percorso essenziale per le città dell’occidente che debbono aprirsi agli “altri”. Le foto che proponiamo tentano di offrire un quadro di riferimento per favorire questo rapporto, dove non ci sono scorciatoie o vie traverse. Un rapporto che può essere fattivamente costruito se si accettano luoghi, colori e modalità di vita e di lavoro che possono apparire diversi e disturbanti ma che configurano un “habitat” ineludibile per costruire la convivenza possibile di cui tutti abbiamo bisogno.

Guardarsi intorno

L’Italia la racconto anch’io

Nel corso del 2011 si sono avute diverse celebrazioni per i 150 anni della costituzione dello stato italiano, in ognuna di esse si è potuta cogliere la sincera volontà di rinsaldare il rapporto comune che esiste fra i cittadini del nostro Paese. Nel 2012 abbiamo realizzato il progetto “L’Italia la racconto anch’io”, con l’obiettivo di coinvolgere semplici persone in un lavoro collettivo sulle nostre memorie.
Il risultato finale è una attenta ricerca/selezione di foto private che hanno il compito di riportare in vita testimonianze dei particolari momenti del nostro passato. Accompagnate dal commento dei “donatori di foto”, le immagini in mostra vogliono rendere protagonisti momenti e personaggi della storia d’Italia comune.

L'Italia la racconto anch'io